prove di resistenza contemporanea

Verbania, la storia condivisa e il nobile esercito che raddrizzerà il nostro paese

22 marzo 2011
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Sono appena tornato da un fine settimana a Verbania. Un’esperienza magnifica, nata da un’idea della mia amica Cinzia, che ha contattato alcune associazioni del luogo per organizzare la presentazione di “Vite sospese”.

Sono arrivato senza grandi aspettative, ma con la solita voglia di far conoscere le storie di Sabi, Fumi e degli altri rifugiati del Centro di Perino. In realtà, al primo piano della Libreria Margaroli ho trovato una platea molto più ampia, attenta e giovane di quanto immaginassi, che ha ascoltato con attenzione il mio racconto e la testimonianza di Enzo Zerilli, che come al solito ha parlato con il cuore del suo impegno trentennale per la promozione della cultura dell’accoglienza e dell’integrazione.

Si pensava che tutto si sarebbe esaurito nel giro di un’ora. Ce ne sono volute invece due per esaurire il dibattito, uno dei più interessanti dalla pubblicazione di “Vite sospese”. Merito della qualità delle domande del pubblico, ma anche dell’Associazione a Distinguere e del locale presidio “Giorgio Ambrosoli” di Libera, che hanno organizzato un piccolo grande week end all’insegna dei diritti umani e della cultura della legalità. Matteo, Eugenio e gli altri ragazzi del gruppo mi subito piaciuti, ho rivisto nei loro occhi una passione e un entusiasmo che conosco bene. Ci vuole poco a radunare le folle oceaniche se l’ospite della serata si chiama Fabio Volo. Ma se si riesce ad ottenere un ottimo risultato con un autore lontano dalle ribalte mediatiche per un libro che parla di richiedenti asilo, allora vuol dire che si è lavorato davvero bene.

Probabilmente, però, è anche la comunità di Verbania ad essere davvero speciale. Comincio a pensarlo a presentazione conclusa, quando mi soffermo a parlare con una coppia di mezza età, che quasi si scusa per l’assenza della figlia. Mi dicono che è nata il 19 luglio del 1992 e che fin da piccola è stata educata al’impegno antimafia. “E’ andata a Potenza per la marcia di Libera, ma vorremmo che scrivessi una dedica per lei”. Con altri scambio mail e numeri di telefono, mentre mi convinco sempre di più di quanto sia sbagliata la rappresentazione del nostro paese che viene da fatta ormai da 30 anni dai media. Certi discorsi sulle differenze tra Nord e Sud e sulla superficialità delle nuove generazioni mi appaiono sempre più stucchevoli e falsi. Se solo ci fosse la possibilità di viaggiare di più per la provincia del nostro paese, probabilmente riusciremmo a venir fuori dal senso di non appartenenza che da tempo caratterizza l’immaginario collettivo.

Strano a dirsi per uno che ha vissuto cinque anni a Bologna. Ma credo che mai come a Verbania ho capito cosa vuol dire essere italiani. Far parte di una storia condivisa, in cui il Risorgimento si lega alla Resistenza e alla lotta alla mafia. In cui il lago somiglia al mare, i cognomi sembrano un inno al meticciato e si può ascoltare la Brigata Ettore Puglisi che suona “I cento passi” dei Modena City Ramblers mentre i giovani del posto la cantano a memoria.

Lo scrivo da tempo. L’Italia sta attraversando uno dei periodi più difficili della sua storia. Ma mai come adesso credo che possa davvero prepararsi a vivere un nuovo Risorgimento. Perché in ogni angolo c’è un gruppo di giovani e di persone perbene che iniziano a far rete tra loro, ad organizzarsi, ad osare. Piccoli e grandi militanti di un nobile esercito, armato di acume, onestà e passione, che é ormai pronto a prendersi le proprie responsabilità.

Sono loro che raddrizzeranno il nostro paese.

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Recensione a “Vite sospese”

19 gennaio 2010
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Un libro esiste solo nel momento in cui qualcuno lo legge. Ne sono sempre stato convinto. Proprio per questo motivo, mi fa piacere parlare con chi ha avuto modo di leggere “Vite sospese” e capire che sensazioni ha provato leggendo le storie dei dieci richiedenti asilo che ho conosciuto al Centro di Perino. Specie in giorni come questi, segnati ancora dagli echi dei fatti di Rosarno,  ultima eclatante dimostrazione di un paese che in questi anni si è rivelato incapace di promuovere un adeguato modello di accoglienza. Mi conforta sapere che  nella maggior parte dei casi, chi ha letto “Vite sospese” ha provato le stesse sensazioni che ho provato io quando Sabi, Ghaleb, Kossi, Fumi, Alex, Betlemme, Karimi, Seref, Aden e Olivier mi hanno raccontato cosa li ha spinti a lasciare il loro paese per venire in Italia. Nel ringraziare tutti coloro che si sono avvicinati con curiosità a questo libro, omaggiandomi di conversazioni, sms e mail che porterò sempre nel cuore, non posso esimermi dal riservare una menzione particolare all’amico Diego Maggio, che proprio ieri mi ha mandato una pregevole recensione che voglio qui condividere.


Recensire “Vite Sospese” di Vincenzo Figlioli è un compito tanto gradevole quanto delicato.

Puoi rischiare infatti di produrre gli stessi danni – se non misuri le parole – che fa un elefante entrando in un negozio di cristalli. Tanto il volumetto è da accarezzare nella sua raffinatezza, come una crisalide che teme la schiaccino prima di trasformarsi in farfalla.

Ma altrettanto il libro è crudo, onesto, disarmante.Vincenzo racconta fedelmente – ma con lo scrupolo di chi vuol far capire – le storie (ma anche le geografie e le idee) di ciascuno fra coloro che – all’ingresso del Centro d’accoglienza di Perino sulle colline di Marsala – gli si sono quel giorno avvicinati per spiegare a lui (giornalista in visita annunciata) chi veramente c’è dietro quelle facce olivastre, “abbronzate”. Tristi.

La prima è una storia finita bene: Sabi, in fondo, ce l’ha fatta a scappare incolume da un Togo in cui era ormai un ricercato per il solo motivo costituito dal suo impegno politico nella “unione delle forze per il cambiamento”.

Simile ma non identica la vicenda di Karimi, giovane afghano che doveva scontare un atto di disobbedienza ad un potente signore della guerra al quale aveva ripetutamente negato la mano della sorella. Sembra quasi di trovarsi nelle pagine del “Cacciatore di aquiloni” il best-seller di Khaled Hosseini che pure racconta le peripezie di un ragazzo appartenente alla tribù minoritaria degli Hazara, che discendono sì da Gengis Khan ma sono considerati di razza inferiore.

Quella vissuta da Ghaleb è la Tunisia che non ti aspetti: infatti nessuno di noi vacanzieri occidentali immaginerebbe che proprio nel Paese del low cost a cinque stelle regni un tale disprezzo dei diritti umani. Le violenze e le sevizie da lui subìte e raccontate fanno impallidire anche le nefandezze di Guantanamo.

Più conosciuta, invece, la persecuzione del popolo Curdo ad opera del governo turco: emblematica, al riguardo, l’esperienza di Seref. Arrestato tre volte dalla polizia e ogni volta picchiato selvaggiamente. La sua famiglia – padre e zii – decimata solo per la ritenuta vicinanza al Partito Curdo dei lavoratori capeggiato da Ocalan.

Le vicende successive – dell’etiope Betlemme, dell’ivoriano Olivier e della nigeriana Fumi – pur nella loro  sempre drammatica diversità, sono accomunate dall’avere goduto, infine, di una lieta conclusione rappresentata dalla meta raggiunta – l’Italia – e in particolare dalla ospitalità siciliana.

Anche per il colombiano Alex – in fuga dalle minacce dei paramilitari che gli avevano già ucciso un fratello e gettato una figlia dal balcone – l’approdo al Centro di Perino ha rappresentato la salvezza: ottenutovi il riconoscimento dello status di rifugiato, lavora adesso in una azienda del nord Italia.

Altrettanto fortunato l’epilogo italiano delle peripezie attraversate dal somalo Aden, anche lui scappato dalla guerra.

Conclude la rassegna delle “interviste” un altro togolese,  oppositore del regime quarantennale del dittatore Gnassingbè: sfuggito alla recrudescenza della repressione messa in atto dal figlio insediatosi comunque al potere, il rifugiato Kossi manifesta qui le sue doti sportive ed ha consolidato la sua conoscenza delle lingue fino a diventare un ottimo mediatore culturale.

Insomma, pare proprio che in quest’oasi di contrada Perino l’accoglienza sia umana, le condizioni di vita abbastanza più che dignitose: si capisce dietro le righe che non hanno lustrato apposta stoviglie e coscienze, in vista dell’arrivo del cronista. Vincenzo, poi, ostenta quel disincanto proprio di chi sa che l’onestà intellettuale e … “fotografica” costituisce la migliore ricetta per ottenere testimonianze autentiche e per farsi leggere da una moltitudine ormai stanca di storielle romanzate e tragedie annacquate da una sintassi accattivante cioè ruffiana.

E dunque, forse per gli esempi di positività con cui la lettura di “Vite Sospese” consente di rapportarsi, il candore di Vincenzo Figlioli fa’ sì che il pensiero corra agli innumerevoli migranti che ogni giorno affrontano la “tolleranza” del popolo italico.

Memorabili, in tal senso, e comunque non lontane da Perino appaiono alcuni recenti versi “laici” che Adriano Sofri ha parafrasato da Primo Levi “… se questo è un uomo / … che stramazza ad un ciglio di strada / … conosce tre lingue e non ne parla nessuna / che contende ai topi la sua cena / che ha due ciabatte di scorta / una domanda d’asilo / una laurea in ingegneria, un fotografia / e le nasconde sotto i cartoni / e dorme sui cartoni / sotto un tetto d’amianto / o senza tetto / fa il fuoco con la monnezza / che se ne sta al posto suo / in nessun posto …

Diego Maggio


L’Italia, i respingimenti e l’umanità smarrita

23 settembre 2009
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L’umanità è un sentimento nobile. Che evidentemente l’Italia – o chi la rappresenta ai massimi livelli – di questi tempi hrw_0ha smarrito. Almeno secondo quanto emerge dall’ultimo rapporto dello Human Rights Watch, l’Osservatorio sui diritti umani. Al centro delle critiche di questo importante organismo, ancora una volta la politica dei respingimenti indiscriminati contro migranti e richiedenti asilo. Nelle 92 pagine del suo rapporto, “Scacciati e schiacciati”, Bill Frelick ricorda come la scelta del governo italiano di rimandare indietro le imbarcazioni che arrivano dalle coste del Nord Africa, “costituisce un’aperta violazione dell’obbligo di non commettere refoulement – il rinvio di individui con la forza verso luoghi dove la loro vita o libertà è minacciata o dove rischierebbero la tortura o un trattamento inumano o degradante”. Una strategia che non tiene conto della necessità di stabilire quali siano le condizioni di partenza dei migranti e che fa finta di ignorare le denunce di abusi e violenze a cui vengono puntualmente sottoposti gli ospiti dei centri di detenzione in Libia.

Il rapporto di Human Rights Watch è l’ennesimo atto d’accusa della comunità internazionale contro l’Italia. Il 2009 è cominciato con le denunce (peraltro ripetute) della Commissione Europea a cui hanno fatto seguito quelle della CEI, di Amnesty International e dell’Alto Commissariato ONU per i rifugiati. Eppure i nostri politici continuano a fare spallucce. Ci manca che qualcuno torni a parlare, come ai bei tempi , di un complotto pluto–giudaico–cristiano contro l’Italia. Si tende invece a rimuovere la questione di merito che sta dietro alle critiche che riceviamo. Di fatto non rispettiamo la Convenzione di Ginevra, tradiamo lo spirito della nostra Costituzione (scritta anche da rifugiati) e ignoriamo le direttive europee.

Nel frattempo, su Facebook spopola il gruppo “Io sto’ con Maroni!!! Si al respingimento dei clandestini”, che fino a ieri poteva contare su 6.468 fan. Naturalmente il senso degli interventi, discutibili nella forma e sgrammaticati nella sostanza, è che solo la Lega ha a cuore gli interessi nazionali e che se non si pone un freno agli sbarchi si rischia di fare la fine dei nativi americani, confinati nelle riserve dall’arrivo degli invasori europei. Poco importa se dal Mediterraneo arriva solo il 15% degli immigrati. Anche perché, quando la comunità internazionale insiste troppo, la propaganda trova sempre un nuovo episodio di cronaca da cavalcare e una Santanchè o un Magdi Allam da sguinzagliare. E per l’Italia dell’accoglienza e del buon senso, la notte continua ad essere ancora molto lunga.


Come se non fossero vite

14 settembre 2009
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Migranti come rifiuti. Vite di scarto da sacrificare sull’altare della retorica dell’efficienza. Quella che in tempi di crisi dà la colpa di tutto all’altro, al diverso. Convincendo l’opinione pubblica che se le città sono meno sicure non è colpa dei governi o delle amministrazioni che non sanno investire né sulla sicurezza né sulle politiche sociali, ma dei rumeni, dei maghrebini o degli albanesi, che arrivano a casa nostra a fare quello che vogliono. E soprattutto di un’idea di Stato debole, frutto dell’ideologia sessantottina. Su questa scia, fin dal suo insediamento, questo governo ha inaugurato una nuova stagione della “tolleranza zero” contro i migranti, in modo da compiacere l’elettorato leghista e quello dell’estrema destra e distogliere l’attenzione dai veri problemi del paese. Maroni sbandiera continuamente la diminuzione degli sbarchi sulle coste italiane, grazie alle restrizioni del decreto sicurezza e agli accordi con la Libia. In realtà solo il 15% degli immigrati che arrivano in Italia provengono dalle coste nordafricane. La maggior parte giunge nel nostro paese con un visto turistico, mentre gli altri arrivano attraversando le frontiere del Nord. Non solo. Nel 75% dei casi, gli immigrati che arrivano a Lampedusa sono richiedenti asilo politico. Gente che fugge da guerre, persecuzioni, torture. E che la politica dei respingimenti riconsegna ai loro aguzzini o ai centri di detenzione libici, che Amnesty International ha più volte messo sotto accusa per le violenze (di ogni genere) che vengono commesse al loro interno. Non dare accoglienza a queste persone significa che l’Italia non ha scelto la via del rigore. Ma quella della crudeltà.

Oggi l’Onu, attraverso un duro intervento del Commissario per i diritti umani Navi Pillay, ci ha ripetuto per l’ennesima volta che i respingimenti sono contrari al diritto internazionale. Perché vengono applicati in maniera indiscriminata, senza considerare la presenza di rifugiati, minori, malati o donne in gravidanza. Le prime risposte del governo e della sua maggioranza sono state come al solito improntate all’indifferenza.

In realtà è come se avessimo deciso che ci sono vite meno degne delle nostre, di cui non vale la pena occuparsi.

Come se non fossero vite, ma – appunto – rifiuti.


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Il coraggio di resistere

8 settembre 2009
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Ho sempre amato il concetto resistenza perché non ho mai amato quello di resa. L’idea che il corso degli eventi vada accettato così com’è, secondo una sorta di determinismo storico condito da una certa dose di fatalismo, non mi convince affatto. Potremmo discutere a lungo su modi e tempi necessari per cambiare un regime istituzionale, un abito mentale o una tradizione. Ma non è con l’immobilismo che una comunità risolve i suoi problemi. E proprio nei momenti più difficili, uno slancio di dignità può riscattare un intero paese. E’ ciò che avvenne alla fine della Seconda guerra mondiale con la Resistenza italiana. O più recentemente in Sicilia, quando Libero Grassi insegnò a un’intera copertina.inddnazione che era possibile rifiutarsi di pagare il pizzo alla criminalità organizzata.  Ed è quello che succede oggi in tante aree del mondo, dove  ci sono uomini e donne che ogni giorno scelgono di non arrendersi al corso degli eventi. Persone che hanno preferito che il loro canto rimanesse ben distinto da quello di qualsiasi coro, anteponendo la propria dignità e la fiducia in un progetto o un ideale di vita, rispetto alla rassicurante melodia dell’esistente.

Per questa ragione, negli ultimi tempi, mi sono avvicinato con interesse al mondo dei rifugiati che arrivano sulle nostre coste, scappando da persecuzioni di ogni genere. Una realtà che resta spesso al di fuori dalle cronache dei nostri telegiornali e che viene rappresentata in maniera parziale e distorta, assecondando le linee politiche di certi partiti, come la Lega Nord, che proprio cavalcando la paura dell’ “altro” hanno costruito le proprie fortune elettorali.

Così, ho voluto raccogliere  le testimonianze di dieci richiedenti asilo del Centro di accoglienza di Perino all’interno di un libro che ho chiamato “Vite sospese – Dieci storie di resistenza contemporanea”. Un omaggio alla dignità con cui hanno attraversato prove terribili senza mai perdere la speranza.

L’ho scritto pensando al loro coraggio. E a quello che vorrei trovare ogni giorni negli occhi delle persone che incontro per strada.


Pubblicato su vite sospese