Le corse per prendere posto sul divano dopo le prime note della sigla di “Lunedì al cinema”.
“L’anno che verrà” ascoltata immancabilmente ogni Capodanno.
Una certa fase della mia infanzia in cui non capivo perché avessero cambiato il ritornello di “4 marzo 1943”.
La cassetta di “DallaMorandi” in loop nella Panda beige di mio cugino Nino nell’estate dell’Ottantasette.
La gita a Roma, in seconda media. Prima volta in discoteca e improbabile trenino con i compagni e i prof al ritmo di “Attenti al lupo”.
Il mio primo cd, “Amen”.
Citare a memoria una frase di “Canzone” per riconquistare una ragazza.
Ascoltarlo cantare dal vivo “Caruso” in una serata estiva a piazza Maggiore.
Le risate con Renato, pensando a “Disperato erotico stomp”, ogni volta che ci perdevamo nel centro di Bologna.
Basta poco per mettere assieme una piccola galleria dei ricordi in cui le canzoni di Lucio Dalla rivestono un ruolo non secondario. Leggero e profondo, buffo e aristocratico, Dalla era davvero uno dei pochi cantanti che piacevano a tutti. Uno di quelli che riesci ad ascoltare anche nei viaggi in macchina con la tua famiglia senza che tuo padre ti dica “Questo te lo senti quando sei solo…”. Perché Lucio Dalla piaceva a chi ascoltava i cantautori, ma anche al pubblico di Sanremo o del Festivalbar. Piaceva perché riusciva a raggiungere livelli parimenti elevati nella malinconia come nel divertissement. Piaceva perché dava l’idea di uno che ancora si divertiva tantissimo a cantare, a scrivere, a duettare con i colleghi, a scommettere su nuovi talenti, a ironizzare su se stesso.
Piaceva perchè aveva scritto “Caruso”, ma anche “Attenti al lupo”. E continuava ad essere amato anche se non azzeccava più un cd da quindici anni. Perchè, comunque, eri certo che prima o poi qualche altro coniglio dal cilindro sarebbe riuscito a tirarlo fuori. O perchè, in fin dei conti, andava già bene così…
Quest’anno l’UNHCR dedica la Giornata Mondiale del Rifugiato al 60° anniversario della Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati, il primo accordo internazionale ideato per impegnare gli stati firmatari a concedere protezione a chi fugge dalle persecuzioni per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per opinioni politiche.
Come al solito, la ricorrenza della Giornata mondiale del Rifugiato serve anche per capire che aria si respira in Italia sull’argomento. Anche quest’anno, purtroppo, ci ritroviamo a ricordare che il nostro paese continua ad essere ancora l’unico in Europa – assieme alla Grecia – a non avere una legge organica che regoli il diritto d’asilo. In barba all’articolo 10 della nostra Costituzione e alla Convenzione di Ginevra (che l’Italia ha regolarmente sottoscritto) per i rifugiati continua a valere l’impianto normativo della Bossi – Fini e dei successivi decreti legislativi promulgati dal Governo Berlusconi. L’ultimo dei quali, lo scorso 16 giugno ha disposto il ripristino dei rimpatri coatti per tutti gli immigrati ritenuti “pericolosi”, portando inoltre a 18 mesi i tempi di permanenza all’interno dei CIE, i centri di identificazione ed espulsione sparsi sul territorio italiano in cui nessun giornalista riesce ad entrare. Un provvedimento che ancora una volta non tiene conto delle situazioni di provenienza dei richiedenti asilo, che vengono dalle coste del Nord Africa, ma che non sono necessariamente tunisini o libici, come si insiste a dire. Attualmente, infatti, ci sono situazioni altamente critiche in Sudan, Darfur, Costa d’Avorio e Kirghizistan, con esodi di massa che attraversano interi continenti.
Il decreto del governo Berlusconi, definito dal CIR “un provvedimento punitivo”, ha suscitato, come da tradizione, le proteste delle associazioni non governative e delle realtà più attive sul fronte dei diritti umani, specie perché nella distinzione tra “immigrati pericolosi” e “non pericolosi” (unica effettivamente contemplata dagli articolo 1
e 7 del decreto) evidenzia un punto di vista prettamente ideologico rispetto a questo tema. Purtroppo però, l’atteggiamento verso i richiedenti asilo non è l’unico indicatore del ritardo sui diritti umani che il nostro paese continua ad avere. Sul tema dell’immigrazione e dei controversi provvedimenti italiani per fronteggiare la crisi libica Human Rights Watch si era già scagliata contro l’Italia lo scorso aprile con il rapporto “L’intolleranza quotidiana: la violenza razzista e xenofoba in Italia”, nel quale si sottolineava il mancato intervento delle istituzioni del Belpaese nei casi di persecuzione a sfondo razziale, la tendenza a derubricare episodi simili a semplice cronaca e a generare falso allarmismo verso le altre etnie con affermazioni propagandistiche e irresponsabili. In quel caso, il riferimento era alle dichiarazioni del Governo a proposito dell’esodo di migranti dalle coste del Nord Africa, definito irresponsabilmente “un’invasione”.
Tutto ciò mentre l’Italia, proprio in questi giorni, é entrata a far parte del Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani (fino a giugno 2014). Un riconoscimento che la comunità internazionale ha concesso al nostro paese in cambio di precisi impegni: una legge contro la tortura, attività internazionali per la difesa della libertà di religione e di espressione, la lotta alla xenofobia, al razzismo, al terrorismo, alla violenza contro le donne e i bambini e alla pena di morte. «Particolare attenzione deve essere data ad affrontare la discriminazione, il miglioramento della situazione delle minoranze Rom e Sinti, e alla creazione da lungo tempo attesa di un ente indipendente di controllo della situazione dei diritti umani nel Paese».
L’auspicio è che il nuovo vento che da qualche settimana sta attraversando il nostro paese, possa riportare anche il tema dei diritti umani al centro del dibattito politico. E che lo spirito dell’articolo 10 della nostra Costituzione possa finalmente trovare una piena applicazione.
Sono appena tornato da un fine settimana a Verbania. Un’esperienza magnifica, nata da un’idea della mia amica Cinzia, che ha contattato alcune associazioni del luogo per organizzare la presentazione di “Vite sospese”.
Sono arrivato senza grandi aspettative, ma con la solita voglia di far conoscere le storie di Sabi, Fumi e degli altri rifugiati del Centro di Perino. In realtà, al primo piano della Libreria Margaroli ho trovato una platea molto più ampia, attenta e giovane di quanto immaginassi, che ha ascoltato con attenzione il mio racconto e la testimonianza di Enzo Zerilli, che come al solito ha parlato con il cuore del suo impegno trentennale per la promozione della cultura dell’accoglienza e dell’integrazione. 
Si pensava che tutto si sarebbe esaurito nel giro di un’ora. Ce ne sono volute invece due per esaurire il dibattito, uno dei più interessanti dalla pubblicazione di “Vite sospese”. Merito della qualità delle domande del pubblico, ma anche dell’Associazione a Distinguere e del locale presidio “Giorgio Ambrosoli” di Libera, che hanno organizzato un piccolo grande week end all’insegna dei diritti umani e della cultura della legalità. Matteo, Eugenio e gli altri ragazzi del gruppo mi subito piaciuti, ho rivisto nei loro occhi una passione e un entusiasmo che conosco bene. Ci vuole poco a radunare le folle oceaniche se l’ospite della serata si chiama Fabio Volo. Ma se si riesce ad ottenere un ottimo risultato con un autore lontano dalle ribalte mediatiche per un libro che parla di richiedenti asilo, allora vuol dire che si è lavorato davvero bene.
Probabilmente, però, è anche la comunità di Verbania ad essere davvero speciale. Comincio a pensarlo a presentazione conclusa, quando mi soffermo a parlare con una coppia di mezza età, che quasi si scusa per l’assenza della figlia. Mi dicono che è nata il 19 luglio del 1992 e che fin da piccola è stata educata al’impegno antimafia. “E’ andata a Potenza per la marcia di Libera, ma vorremmo che scrivessi una dedica per lei”. Con altri scambio mail e numeri di telefono, mentre mi convinco sempre di più di quanto sia sbagliata la rappresentazione del nostro paese che viene da fatta ormai da 30 anni dai media. Certi discorsi sulle differenze tra Nord e Sud e sulla superficialità delle nuove generazioni mi appaiono sempre più stucchevoli e falsi. Se solo ci fosse la possibilità di viaggiare di più per la provincia del nostro paese, probabilmente riusciremmo a venir fuori dal senso di non appartenenza che da tempo caratterizza l’immaginario collettivo.
Strano a dirsi per uno che ha vissuto cinque anni a Bologna. Ma credo che mai come a Verbania ho capito cosa vuol dire essere italiani. Far parte di una storia condivisa, in cui il Risorgimento si lega alla Resistenza e alla lotta alla mafia. In cui il lago somiglia al mare, i cognomi sembrano un inno al meticciato e si può ascoltare la Brigata Ettore Puglisi che suona “I cento passi” dei Modena City Ramblers mentre i giovani del posto la cantano a memoria.
Lo scrivo da tempo. L’Italia sta attraversando uno dei periodi più difficili della sua storia. Ma mai come adesso credo che possa davvero prepararsi a vivere un nuovo Risorgimento. Perché in ogni angolo c’è un gruppo di giovani e di persone perbene che iniziano a far rete tra loro, ad organizzarsi, ad osare. Piccoli e grandi militanti di un nobile esercito, armato di acume, onestà e passione, che é ormai pronto a prendersi le proprie responsabilità.
Sono loro che raddrizzeranno il nostro paese.
Ho avuto la fortuna di conoscere davvero tante donne speciali nella mia vita.
Preziose compagne di viaggio che mi hanno aiutato a crescere e a credere nel valore del coraggio, della dignità e della responsabilità.
Madri, sorelle e amiche. Insegnanti, giornaliste, scrittrici, magistrati…
Donne che hanno realizzato i loro sogni con grande determinazione o che hanno speso la loro vita per consentire ai propri figli di farlo.
Donne che hanno reso migliore il nostro paese o che nel nostro paese sono arrivate, sfuggendo a persecuzioni e violenze.
Il mio pensiero e il mio ringraziamento, oggi, va a tutte loro.
Ho letto con attenzione, nell’ultima settimana, una serie di articoli e interventi di diverso genere sulla condanna di
Cuffaro. Devo dire che mi ha sorpreso l’unanimismo con cui molti giornalisti che hanno poco in comune tra loro, si sono ritrovati d’accordo sull’opportunità di riconoscere all’ex senatore dell’Udc l’onore delle armi per lo stile (?) con cui ha affrontato la sua vicenda giudiziaria.
L’impressione è che per l’ennesima volta, i commenti siano stati orientati, più che a fatti oggettivi, alla voglia di far riferimento a qualcos’altro. Un vizio tipico degli opinionisti del Bel Paese… L’atteggiamento eversivo e irresponsabile che Berlusconi mantiene da sedici anni nei confronti della magistratura diventa quindi una sorta di caso limite che ridimensiona le gesta di qualsiasi altro politico che fa un uso improprio della sua funzione. Un totem rispetto a cui ogni altra nefandezza appare roba da poco.
Personalmente, da siciliano faccio fatica a trovare qualcosa di più odioso di un presidente della regione che approfitta del proprio ruolo istituzionale per aiutare i suoi amici mafiosi a farla franca. Ve l’immaginate il rappresentante della Baviera che fa una cosa del genere? O il presidente della Catalogna?
A onor del vero, Cuffaro si era già giocato il rispetto dei siciliani per bene già nel ’92, quando aggredì (verbalmente) Giovanni Falcone al Maurizio Costanzo Show, pochi mesi prima della strage di Capaci. Eppure, quella che sarebbe dovuta essere una macchia incancellabile del suo curriculum si trasformò in una sorta di medaglia al valore per i partiti e gli schieramenti che lo hanno accolto per anni a braccia aperte, sapendo di poter contare su una formidabile macchina da voti. Utile al Cdu di Buttiglione, ma anche all’Udeur di Mastella e al centrosinistra, che lo inserì per due volte nella giunta Capodicasa. E ancora al centrodestra per rimettere le mani sulla presidenza della regione nel 2001. Poco dopo, cominciarono i suoi guai giudiziari. Ma anche di fronte all’evidenza, Cuffaro continuò a impreziosire le campagne elettorali europee e nazionali con la sua presenza, per consentire all’amico Casini di mantenere una rappresentanza parlamentare. Mostrando il massimo della sua arroganza e del pubblico disprezzo verso le istituzioni e i siciliani per bene nel giorno in cui organizzò un buffet a base di cannoli per festeggiare la condanna in primo grado, arrivata con un giudizio evidentemente meno severo rispetto al previsto. Subito dopo la condanna, ricorda qualcuno, arrivarono anche le dimissioni da presidente della regione. Dimenticando, però, che il nobile passo indietro fu fatto solo grazie alla caduta del governo Prodi e alla possibilità di ottenere un seggio certo al Senato, grazie all’intercessione del solito Casini. Probabilmente ci siamo abituati a tutto, ma l’idea che il Parlamento si sia trasformato in una sorta di beauty farm per leader politici pluriinquisiti e ad avvenenti fanciulle dai talenti nascosti, non ha nulla a che fare con lo spirito dei padri costituenti, che non a caso, con l’articolo 54, scrissero che le istituzioni si sarebbero dovute servire con disciplina e onore.
Molti alfieri del garantismo hanno accusato di inciviltà i giovani palermitani che sono andati a festeggiare la condanna di Cuffaro a suon di cannoli davanti al Palazzo della Regione. Per un attimo mi sono chiesto se avessero ragione. Se non fosse stato un eccesso giustizialista o l’ennesima dimostrazione di come la politica italiana sia sempre più simile a un derby permanente tra squadre che si detestano.
In realtà non lo credo.
Perchè mentre la maggior parte dell’opinione pubblica conserva il suo garantismo solo verso chi ha fatto parte della corte, ignorando gli stenti della plebe, io mi sento un garantista autentico. E, come tale, sono disposto a provare un sentimento di pietas per un rubagalline, ma non per un politico che utilizza impropriamente il ruolo che riveste per danneggiare le indagini di quello Stato che dovrebbe servire con autorevolezza.
Perché nella vita contano le biografie. E quella di Cuffaro parla da sola.
Perché il sistema che ha creato, ha umiliato per anni migliaia di persone per bene, costringendo i migliori giovani di questa terra a lasciare la Sicilia.
Perché non succede spesso che i potenti paghino. E mi auguro che questa vicenda possa servire a restituirci una classe dirigente più dignitosa.
Aspettando la seconda puntata di “Vieni via con me”, ho cercato di mettere ordine tra una serie di pensieri che mi
hanno circondato in questa settimana. La soddisfazione per aver finalmente potuto guardare uno show di qualità in tv ha infatti gradualmente lasciato il passo a un certo disappunto per il numero di critiche piovute – a destra come a sinistra – su Fazio e Saviano. Alcune misurate e intelligenti. Altre evidentemente in malafede.
Personalmente, ritengo che il controllo dei media sia stato in questi anni il principale fondamento del berlusconismo. Un autentico regime autoritario che, seppur in forma moderna (o forse addirittura post – moderna) ha realmente ristretto gli spazi di libertà nel nostro paese, per lo meno a partire dal 2001. L’anno delle violenze al G8 di Genova, del 61 a 0 in Sicilia e della riscoperta dell’interventismo militare in chiave anti – islamica. Ma anche del diktat bulgaro contro Biagi, Luttazzi e Santoro. Ne colpirono tre per educarne cento. E da allora, nulla è più stato come prima. Il servizio pubblico si é ufficialmente trasformato in una latrina in cui il libero pensiero e la logica del dissenso non hanno più avuto diritto di cittadinanza. Nelle trasmissioni di approfondimento giornalistico il racconto dei fatti è stato sostituito dagli schiamazzi tra tifosi di squadre avversarie. All’autorevolezza, alla competenza e alla qualità sono subentrati il politically correct e la logica dell’appartenenza. Ricordo ancora con raccapriccio il bailamme mediatico che si scatenò nel 2004 all’indomani di una puntata di “Report” in cui si parlava della mafia in Sicilia. Di fronte allo sdegno di Cuffaro, che inveiva contro un servizio pubblico che – a suo dire – aveva dato un’immagine offensiva della regione da lui governata, il programma “Punto e a capo”, condotto dai giornalisti Giovanni Masotti e Daniela Vergara su Rai 2, fu costretto a mandare in onda una sorta di trasmissione riparatrice, in cui l’immagine della Sicilia potesse essere riabilitata (e in quell’occasione per poco non si riabilitò persino Provenzano).
Per questa ragione, ogni volta che – seppur tra mille polemiche – i direttori di rete riescono a trovar spazio per un programma “non allineato”, mi sento in dovere di guardarlo e – per quanto mi è possibile – di sostenerlo. Anche se ci sono passaggi e sfumature che non mi hanno convinto pienamente. Per dirla tutta, credo che la prima puntata di “Vieni via con me” sia stata ben lontana dalla perfezione. Ci sono alcuni aspetti nell’assemblaggio dei diversi momenti che mi hanno lasciato un po’ perplesso. E concordo con chi dice che Roberto Benigni, che sicuramente non si è risparmiato nel suo intervento, ha cominciato a dare da alcuni anni qualche segnale di appannamento. Al tirar delle somme, però, resto convinto che si tratti di puri e semplici dettagli. Che magari sarebbero stati curati meglio se autori, conduttori e ospiti non avessero dovuto dedicare la maggior parte del loro tempo a preoccuparsi delle dichiarazioni del direttore generale Masi, degli articoli di “Libero” e del “Giornale” e delle immancabili dichiarazioni di Cicchitto e Gasparri. Ma che in fin dei conti poco hanno tolto alla qualità della trasmissione.
Mi indigna, semmai, che debba trovare asilo su Rai 3 per soli quattro lunedì, mentre Rai 2 e Rai 1 continuano a trasmettere le loro rassicuranti idiozie. Al di là di un certo manicheismo e di qualche semplificazione, “Vieni via con me” offre davvero un modello culturale alternativo a quello che trionfa quotidianamente sulla tv generalista da almeno 9 anni. Si parla di restare o di andar via, del sentirsi parte di una storia collettiva che non rimanda all’orrendo quarto d’ora di celebrità di cui si alimentano i reality. Ma all’importanza dello studio, dell’impegno, della responsabilità, della tolleranza.
Sebbene il mio senso critico mi abbia sempre portato a valutare ogni fenomeno nella sua complessità, mi sono francamente stancato di ascoltare opinionisti che spaccano il capello in quattro quando si parla di Roberto Saviano. Hanno detto che con “Gomorra” ha fatto solo un lavoro di collage o che i suoi articoli siano talmente sgrammaticati da gettare nel panico la redazione di “Repubblica” ogni volta che ne invia uno nuovo. Hanno messo in dubbio (a cominciare da Emilio Fede) i rischi che effettivamente corre da anni in seguito alla “fatwa” dei Casalesi. Lo hanno attaccato perché continua a scrivere per la Mondadori nonostante il suo impegno antimafia sia evidentemente in contraddizione con quello del suo editore e di alcuni tra i suoi più noti sodali (da Dell’Utri a Cosentino). In Campania, poi, la camorra e i suoi fiancheggiatori hanno portato avanti un lavoro a dir poco capillare per convincere gli abitanti dei quartieri popolari che “quello si sta facendo i soldi con le disgrazie di Napoli”. E persino l’ex capitano della nazionale Fabio Cannavaro e l’attrice (o presunta tale) Maria Grazia Cucinotta hanno criticato il film “Gomorra”, dicendo che dà una cattiva immagine dell’Italia all’estero.
Non credo che ci sia un solo scrittore in Italia – dopo l’inarrivabile Pier Paolo Pasolini - che abbia subito una campagna denigratoria paragonabile a quella che ha subito Roberto Saviano. Sembra quasi che il vero problema di questo paese sia lui…
Personalmente, spero davvero che verrà un giorno in cui l’Italia potrà permettersi il lusso di fare le pulci a programmi come “Vieni via con me”. Che Paolo Rossi possa improvvisare il più anarchico dei suoi progetti, che Daniele Luttazzi torni a deliziarci con le sue provocazioni, che la letteratura, il teatro, il cinema e la musica possano tornare ad avere uno spazio adeguato alla loro importanza.
E che magari possano esserci tanti altri programmi, in cui trovino finalmente spazio quei tanti talenti che non hanno mai avuto una vera chance di successo e che sono comunque rimasti coerentemente fedeli a un’idea di società lontana da clientele e opportunismi.
Penso però che questo sia il momento di trovare una nuova unità. Occorre un nuovo Comitato di Liberazione Nazionale. In cui possano incontrarsi e convivere temporaneamente sensibilità e convinzioni diverse. Senza manie di protagonismo e senza egocentrismi. Credo che sia l’unico modo per restituire un futuro a questo paese. Perché se non riuscissimo a liberarci di Berlusconi neanche stavolta, credo che allora non varrebbe davvero la pena di restare.
Non ricordo se fosse estate o inverno. Né se fosse mattina o sera. Ma mi sento di affermare con una certa sicurezza che
Erice è uno di quei luoghi che porto nel cuore praticamente da sempre. O, quantomeno, dalla prima volta in cui ci sono stato. Una prima volta di cui faccio fatica a ricostruire i contorni. Ma che comunque ha inaugurato un legame speciale, che si rinnova di anno in anno. Difficile trovare la causa scatenante di tanto amore. Senz’altro, i dolci alla crema o alle mandorle hanno contribuito in maniera non secondaria. Così come le passeggiate per il centro, o le serate passate a giocare a nascondino nei pressi del castello, assieme agli amici di sempre. Il motivo principale, comunque, credo che risieda nella capacità di Erice di essere diversa rispetto al resto della provincia. Una sorta di isola nell’isola. Con la sua nebbia, le sue strade irregolari, la sua funivia. Componenti fondamentali per la definizione del suo fascino.
C’è però una cosa di Erice che non mi è mai piaciuta: i negozi del centro con le statuette in ceramica che scimmiottano una certa idea di Sicilia che si presume dovrebbe andare incontro alle aspettative dei turisti. Omini vestiti di nero, con coppola, baffi e la scritta “u mafioso”. Talvolta, magari, armati di lupara. O donnette con i capelli lunghi, una profonda scollatura e la scritta “a mafiusa”. Nell’età della ragione ho sempre provato un’irrefrenabile indignazione verso questi souvenir. Un sentimento cresciuto negli anni, quando hanno fatto la loro comparsa anche altri gadget (magliette o cappellini) con il logo “mafia”. Da siciliano ritengo assolutamente criminale proporre a turisti e visitatori un utilizzo talmente superficiale di uno dei mali assoluti della nostra terra. Come se la mafia fosse un elemento del paesaggio. O un marchio Doc, come il Marsala, la nocellara del Belice o l’aglio di Nubia. Dimenticando le vittime, le ingiustizie e i danni economici e sociali che ha causato alla Sicilia. Mi sono sempre chiesto se di fronte ad una statuetta del genere il torinese, il bergamasco o il triestino abbiano un moto di sdegno o un’espressione di divertita commiserazione. E che parole il professore di turno utilizzerà con la sua scolaresca per motivare la presenza di questi assurdi articoli. Dopo aver magari constatato come il recente restyling dell’aeroporto “Vincenzo Florio” di Trapani – Birgi sia servito a trovare spazio anche per la statuetta di un altro omino vestito di nero, accompagnato dall’inequivocabile scritta “Mimì, colui che non riferì”.
Alla luce di queste riflessioni, ho accolto con grande piacere la nascita di una piccola ma importante realtà nel cuore del centro ericino. Una bottega della legalità, curata da Libera, in cui sono esposti i prodotti ricavati dalla coltivazione delle terre sottratte a Cosa Nostra, i “pizzini” antimafia di Salvatore Coppola e i gadget dell’associazione presieduta da don Luigi Ciotti. E’ la seconda in Sicilia, dopo quella inaugurata lo scorso anno a Palermo, in piazza Politeama. E credo che rappresenti la giusta rivincita per tutti i siciliani perbene che non si sentono rappresentati dall’iconografia dei “mafiusi” in ceramica, ma che sono invece orgogliosi di essere nati e cresciuti nella stessa terra di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Peppino Impastato, Giuseppe Fava e di tutti coloro che da anni hanno scelto di impegnarsi quotidianamente per la sua liberazione dal giogo della criminalità organizzata.
Mi piacerebbe vedere uno spazio per questo genere di prodotti in ognuno dei tanti siti turistici della nostra regione. A Erice come a Noto, a Palermo come a Taormina. Con la consapevolezza che di fronte a una vetrina in cui si promuovono il vino, l’olio o la pasta della cooperativa “Placido Rizzotto”, il professore bolognese e la sua scolaresca avranno un motivo in più per aver voglia di tornare in Sicilia.
“Una situazione drammatica in una zona con un tasso di criminalità molto elevato”. Con queste parole, lo scorso anno,
Magistratura Democratica lanciava l’allarme sulle carenze di organico che da tempo affliggono la Procura di Marsala. Uno scenario di sofferenza che può però essere esteso all’intero circondario, che comprende anche le sottosezioni di Mazara, Partanna e Castelvetrano.
Così, mentre a Roma si discute da sedici anni sulla necessità di un riequilibrio dei rapporti tra politica e magistratura, puntando sulla separazione delle carriere, sui lodi per le alte cariche dello Stato, sui legittimi impedimenti e sulla riduzione del ricorso alle intercettazioni, la Procura che per cinque anni fu guidata da Paolo Borsellino si ritrova a combattere la mafia in condizioni sempre più difficili. Il procuratore capo Alberto Di Pisa, che due anni fa fu nominato dal Csm al posto di Antonino Silvio Sciuto, è infatti affiancato da quattro sostituti Giacomo Brandini, Giulia D’Alessandro, Laura Cerroni e Anna Sessa (attualmente in maternità). Secondo la pianta organica vigente, i sostituti dovrebbero però essere otto. Ci sarebbero quindi quattro posti vacanti. In realtà, secondo un recente studio, per affrontare i carichi di lavoro reali alla Procura di Marsala ci vorrebbero venti sostituti. Ha un bel dire il Ministro Brunetta sui magistrati che “lavorano due – tre giorni la settimana e poi stanno casa”. A Marsala ci sono udienze quasi ogni giorno e per smaltire i faldoni che si accumulano di settimana in settimana ai magistrati non resta che lavorare pure la sera e nei week – end. Anche gli uditori destinati alle sedi disagiate, del resto, vengono assegnati con una certa parsimonia: ce ne vorrebbero quattro, ma ne arriveranno solo due.
Ma i problemi non riguardano soltanto la Procura della Repubblica. Nella sezione civile ci sono udienze fissate fino al 2012 e da più di sei mesi il Tribunale si trova senza un presidente. Dopo essere subentrato a Roberto De Simone lo scorso anno, Mario D’Angelo ha infatti scelto la via del pensionamento anticipato. Una decisione che ha colto un po’ tutti di sorpresa, anche perché l’ex presidente del Tribunale di Trapani aveva mostrato sin dal suo insediamento la volontà di dare un’impronta nuova al circondario, andando persino a fare udienza a Castelvetrano, consapevole dell’alto valore simbolico che avrebbe avuto questa sortita. Nel’attesa che venga nominato il successore di D’Angelo, le sue funzioni vengono svolte in via provvisoria dal presidente della sezione civile Raimondo Genco.
Ma scorrendo la pianta organica del Tribunale di Marsala uno dei dati sicuramente più preoccupanti riguarda i nove posti vacanti tra i giudici, in parte coperti tramite il ricorso ai vice procuratori onorari, spesso noti come “i precari della giustizia”. Così come i GOT (giudici onorari di tribunale) i VPO sono ormai diventati fondamentali nell’amministrazione della giustizia in Italia. Ma soprattutto risultano molto convenienti per le casse del Ministero, che li paga poco più di 70 € a udienza. Le carenze riguardano però anche i tecnici informatici, che si trovano a lavorare spesso in condizioni di estremo disagio, e il personale amministrativo, che in alcune distaccate non riceve gli straordinari e che risulta anche mal distribuito.
Proprio da una sottosezione di questo circondario emerge un dato che spiega molto sulla presenza dello Stato nei territori a maggiore densità criminale. A Castelvetrano, infatti, davanti all’ingresso della sede staccata del Tribunale, fino a poche settimane fa mancavano le grate alle finestre e tuttora non c’è il metal detector. Ma soprattutto, non c’è nemmeno una bandiera. Non sembra eccessivo pensare che nella città di Matteo Messina Denaro sarebbe auspicabile, anche a livello simbolico, una presenza decisamente più visibile dello Stato. Eppure ci sono giovani magistrati provenienti da ogni parte d’Italia che hanno ancora voglia di venire a lavorare al Sud, nonostante le difficoltà decisamente maggiori rispetto a quelle che incontrano i loro colleghi in altre regioni. “Siamo la generazione di Falcone e Borsellino. Abbiamo deciso di fare il concorso pensando a loro e sappiamo che venire qui rende pronti a tutto”. Una spiegazione che, a diciotto anni dalle stragi di Capaci e via D’Amelio, autorizza a pensare che il sacrificio dei due giudici siciliani sia davvero uno dei pochi pilastri rimasti in piedi dell’unità nazionale.
Pubblicato sul numero del quindicinale “L’isola” del 9 luglio 2010
Giovedì 1 luglio il presidio marsalese di Libera ha incontrato i rappresentanti del Consorzio di Tutela delle Valli Belicine. Una realtà innovativa, nata un anno e mezzo fa, e in breve tempo capace di portare avanti iniziative molto interessanti per un settore che sta attraversando una profonda crisi di sistema, con le banche che non riconoscono agli agricoltori le condizioni per accedere ai prestiti. Uno dei rappresentanti, Nicola Clemenza, ha spiegato come il Consorzio sia nato dal convincimento che non si può delegare tutto alla politica e che occorre una maggiore cooperazione tra gli agricoltori, i politici e il mondo culturale. Perché in questa fase l’agricoltore rischia di perdere i frutti delle lotte del secolo scorso. E il ritorno al latifondo potrebbe essere dietro l’angolo. Per Clemenza è importante proporre un approccio diverso, capace di puntare sulla commercializzazione e su un’agricoltura che si leghi alla tutela ambientale, senza dimenticare le potenzialità che essa offre anche in chiave turistica. Chi ha scelto di entrare a far parte del Consorzio ha fatto una scelta di legalità evidenziata sul sito consortile dalla presenza del logo “Pizzo Free”. Ed è per questo che Clemenza rivendica con orgoglio la capacità degli iscritti di dar vita a un prodotto che può contare anche sulla vitamina “L”. Ma evidentemente questa scelta non è piaciuta a tutti. E proprio a poche ore dall’inaugurazione, qualcuno bruciò la macchina di Nicola. “Fu quel giorno – racconta Clemenza – che un agricoltore mi disse Non mi iscrivo perché ho famiglia”.
Da un attento esame della situazione dell’agricoltura risulta evidente come ci si trovi di fronte a un inspiegabile paradosso: da un lato i produttori sono alla canna del gas, dall’altro c’è un indotto di aziende che forniscono macchinari, diserbanti e pesticidi per l’agricoltura ottenendo ottimi profitti.
Scavalcando le realtà locali, il Consorzio ha acquistato spesso i prodotti in altre regioni, riuscendo a fare economia di scala e a far risparmiare circa 1000 euro in un anno ad ogni iscritto.
“La dimostrazione che la legalità conviene e che l’unione fa la forza. – spiega Clemenza – Come hanno capito anche in Toscana, dove si è passati da 43 a 4 cantine, con una grande riduzione delle spese. Qui da noi si propone la vendemmia verde che è una mortificazione per chi produce, mentre si potrebbero fare tante altre cose con il prodotto in eccedenza. Dal carburante all’utilizzo dell’aceto come diserbante. Senza dimenticare che il lavoro è il miglior antidoto alla mafia per un territorio come il nostro”.
Da tempo sono convinto dell’importanza della promozione culturale per la crescita economica dei territori. Proprio per questa ragione, ho letto con grande interesse sul sito del Fatto Quotidiano l’articolo di Mauro Meggiolaro “Cosa c’entra l’economia con un festival letterario”. Il giornalista veneto, raccontando la sua esperienza a Gavoi per la settima edizione de “L’isola delle storie”, spiega con dovizia di particolari il successo ormai consolidato della manifestazione curata dallo scrittore sardo Marcello Fois, capace nel giro di pochi anni di quadruplicare i posti letto in un’area tradizionalmente lontana dal turismo di massa.
Il racconto, inevitabilmente, mi ha portato a riflettere ulteriormente su un’esperienza per certi versi simile: il Festival del Giornalismo d’Inchiesta – “A chiare lettere”. Un’iniziativa che io e il mio socio Renato Polizzi abbiamo organizzato a Marsala a partire dal 2009 e che oltre alla nostra agenzia – la “Communico” – vede tra gli organizzatori il Comune di Marsala, la “Mismaonda” di Bologna e la casa editrice “Chiare lettere”. L’iniziativa ha celebrato quest’anno la sua seconda edizione, registrando la partecipazione di alcuni tra i più importanti protagonisti dell’informazione nazionale, un’ottima presenza di pubblico (non meno di 200 persone ad incontro con punte di quasi 2000 persone per gli eventi più attesi) e una crescente attenzione da parte delle realtà imprenditoriali più importanti del territorio.
L’idea di partenza è inevitabilmente connessa a motivazioni personali. Avere trent’anni in questo paese è senz’altro difficile in questo periodo storico. Soprattutto se si cerca di realizzare i proprio progetti di vita nel profondo sud e alle proprie condizioni. Tuttavia, dopo una felice esperienza universitaria a Bologna, abbiamo deciso di tornare nella nostra città per provarci. E dopo alcuni anni di rodaggio, utili ad avere una buona conoscenza del territorio, abbiamo pensato che fosse arrivato il momento giusto per lavorare a un progetto ambizioso.
Dal 2007 Marsala è stata ufficialmente riconosciuta dalla Regione Sicilia “Comune a prevalente economia turistica e Città d’arte”. Tuttavia, al di là del suo mirabile patrimonio paesaggistico e archeologico, attualmente può contare su un bacino di circa 100.000 presenze turistiche l’anno, per il 50% concentrate nei mesi estivi. Un dato che dimostra come il fattore di attrazione principale della città verso l’esterno continui ad essere il mare, nonostante la cementificazione selvaggia del litorale abbia notevolmente ridotto l’appeal delle nostre spiagge. Per rendere il turismo l’asse portante dell’economia locale l’unica via percorribile è la destagionalizzazione dei flussi. Un obiettivo che si può raggiungere in modi diversi. Ma che sicuramente non può prescindere da un serio investimento sulle politiche culturali.
Le esperienze venute fuori negli ultimi quindici anni in diverse regioni d’Italia, del resto, testimoniano proprio la fondatezza di quest’asserzione. Come spiegano bene Marco Paiola e Roberto Grandinetti nel saggio “Città in Festival – Nuove esperienze di marketing territoriale”, il prototipo di città che ospita manifestazioni di approfondimento culturale è un comune di dimensioni medie (tra 40.000 e 180.000 abitanti), possibilmente con un centro storico ben concentrato. Che abbia già un buon bacino di interesse, che sia facilmente raggiungibile da un’utenza potenzialmente vasta. Tre presupposti di cui Marsala è in possesso, potendo contare su una popolazione di quasi 80.000 abitanti, su una certa attenzione alle attività culturali da parte dei residenti (cresciuta a partire dal ’94 grazie alle nove edizioni del “Marsala Doc Jazz Festival” e a numerose iniziative di qualità) e sulla vicinanza agli aeroporti di Trapani e Palermo. Da qui, come detto, l’idea di un Festival.
Ma organizzare una manifestazione di rilevanza nazionale oggi è molto più difficile rispetto agli anni Novanta. Proprio perché le prime pionieristiche esperienze hanno scatenato un “effetto domino” diffusosi in breve tempo in tutto il paese. Per garantire credibilità e successo a una manifestazione occorre quindi darle un’identità chiara. Da qui la scelta di puntare sul giornalismo d’inchiesta. Perché la provincia di Trapani ha molto a che vedere con temi e protagonisti che hanno caratterizzato le cronache delle migliori firme dell’informazione italiana. Assieme all’agrigentino, quest’area è considerata “lo zoccolo duro di Cosa Nostra in Sicilia”. E il suo nome si lega inevitabilmente ad almeno tre personaggi che in maniera diversa hanno avuto a che fare con la mafia: il boss di Castelvetrano Matteo Messina Denaro, ancora latitante, grazie ad una rete di fiancheggiatori eccellenti; il magistrato Paolo Borsellino, per cinque anni a capo della Procura di Marsala; e il giornalista Mauro Rostagno, ucciso a pochi chilometri da Trapani mentre cercava di raccontare il nostro territorio, con i suoi misteri e le sue contraddizioni. Fin dalla prima edizione, abbiamo quindi voluto dare un’impronta chiara al Festival, parlando di quanto la criminalità organizzata incida sulle diverse aree del nostro paese attraverso gli interventi dei giornalisti che hanno sposato lo spirito dell’iniziativa. Ma anche valorizzando il lavoro che è stato fatto negli anni dai soggetti che a vario titolo hanno speso la loro vita nella lotta alla mafia. Come il questore Giuseppe Gualtieri, a cui lo scorso anno fu conferita la cittadinanza onoraria su proposta del sindaco Renzo Carini. O come il presidente di Confindustria Sicilia Ivan Lo Bello, che quest’anno ha impreziosito il programma del Festival ribadendo il suo impegno sul fronte dell’antiracket. Senza dimenticare l’importante supporto di Addiopizzo e Libera, che fin dallo scorso anno hanno sposato con entusiasmo lo spirito dell’iniziativa.
Accanto al doveroso spazio riservato a questi temi, il Festival “A chiare lettere” è comunque tanto altro. E’ una sorta di inchiesta sul nostro paese, declinata attraverso una serie di argomenti di particolare emergenza sociale e civile. Si parla di libertà d’informazione, di cittadinanza attiva, di sicurezza ambientale, di giovani generazioni e nuovi italiani. E un po’ tutti i protagonisti del Festival si ascoltano tra loro. Si confrontano con il pubblico, dialogano con i volontari, mostrano attenzione alle istanze del territorio. C’è anche chi ha voluto svelare i segreti del mestiere ai 60 ragazzi del laboratorio scolastico, che fin dalla prima edizione portano avanti un percorso di formazione con il sogno di poter raccontare tra qualche anno il proprio territorio con la lucidità e il rigore morale dei loro prestigiosi docenti.
Leggendo il saggio sopra citato, infine, abbiamo accolto con grande soddisfazione un dato, per noi fondamentale: nel medio periodo, i Festival di approfondimento culturale portano un cospicuo ritorno economico per il territorio. Si calcola che per ogni euro investito, ne tornino indietro 5 o – nella migliore delle ipotesi – 10. Ovviamente noi siamo ancora alla seconda edizione. Però i titolari delle strutture ricettive locali ci hanno detto che hanno registrato un’affluenza superiore alla media per il week – end del Festival, spiegandoci come a due mesi dalla giornata inaugurale abbiano già ricevuto le prime prenotazioni.
C’è un aneddoto però che ci sta particolarmente a cuore: lo scorso anno arrivò a Marsala una coppia di Fano. Seguirono con entusiasmo le tre giornate del Festival, promettendoci che sarebbero venuti anche per la seconda edizione. A maggio li abbiamo rivisti. Ci hanno detto che con il pretesto del Festival hanno avuto modo di conoscere una città che li ha letteralmente conquistati fino a convincerli a comprare una casa nel centro storico. “Preparatevi – ci hanno detto poco prima di ripartire – perché l’anno prossimo invaderemo Marsala con tutti i nostri amici marchigiani”.
In un periodo di profonda crisi economica, in un territorio in cui da anni si definisce il turismo come il “volano del nostro sviluppo”, a noi sembra un’ottima notizia.